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Centro Interdipartimentale di Studi su Pascal e il Seicento

Università di Catania - Italia

La storia

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Giuseppe Pezzino, nato a Catania il 30 marzo 1945, è stato professore ordinario di Filosofia Morale nell'Università di Catania. Ma soprattutto (cosa a cui tiene di più!) è stato professore di Filosofia e Storia nei Licei Statali. Ha fondato la Collana di filosofia e scienze umane διάλογος della casa editrice CUECM di Catania. Ha inoltre fondato la rivista «Quaderni leif», Semestrale del "Laboratorio di Etica ed Informazione Filosofica". È membro della "Société des Amis de Port-Royal" di Parigi; del "Centre International Blaise Pascal" di Clermont-Ferrand; e dell'associazione "Les Amis de Bossuet".

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Giuseppe Pezzino

A PROPOSITO DI RUSSIA E DI COMUNISMO - Parte Seconda

2026-02-19 16:37

Prof. Giuseppe Pezzino

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A PROPOSITO DI RUSSIA E DI COMUNISMO - Parte Seconda

A proposito degli eleganti volteggi filosofici effettuati da Palmiro Togliatti [si veda la già citata lettera del 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco], bisogna..

2.          La libertà e la felicità nel paradiso comunista

 

A proposito degli eleganti volteggi filosofici effettuati da Palmiro Togliatti [si veda la già citata lettera del 15 febbraio 1943 a Vincenzo Bianco], bisogna aggiungere che egli aveva già visto ben altro e ben peggio riguardo allo Spirito del mondo. Ad esempio, egli aveva visto lo Spirito del mondo amministrare la “giustizia” a Mosca nel lugubre palazzo della Lubjanka, dove si procedeva – giorno e notte, per anni e anni – a efferate torture e a crudeli interrogatori. E aveva visto ancora all’opera lo Spirito del mondo nel 1936, con la tragica messinscena dei processi che mandarono a morte, tra gli altri, due importantissimi comunisti come Grigòrij Zinov'ev e Lev Kamenev.

Addirittura il nostro Hegel-Togliatti aveva visto lo Spirito del mondo nella persona del procuratore generale Andrej Vyšinskij (un uomo di legge; un fulgido esempio di autonomia della magistratura comunista rispetto al potere politico!) che – con eloquio alato, equilibrato e pacato – così si rivolgeva al tribunale per chiedere la testa di Zinov'ev e di Kamenev: «Uccidete questi cani rabbiosi. Morte a questa banda che nasconde al popolo i suoi denti feroci, i suoi artigli d’aquila! Abbasso l’avvoltoio Trockij, dalla cui bocca sbava veleno sanguinolento che imputridisce i grandi ideali del Marxismo! Abbasso questi animali immondi! Mettiamo fine per sempre a questi ibridi miserabili di volpi e porci, a questi cadaveri puzzolenti!».

E poi, rivolgendosi agli imputati, lo Spirito del mondo, sempre per bocca del boia Vyšinskij, serenamente e imparzialmente esclamava: «Voi siete un pugno di veri controrivoluzionari, rappresentanti dell’avanguardia controrivoluzionaria internazionale; vi siete levati contro la libertà (sic!) e la felicità (sic!) del popolo».

A leggere queste sublimi parole del boia procuratore Vyšinskij, ci sorge irrefrenabile questo dubbio: forse la dittatura comunista aveva dimenticato di far sapere al popolo russo che ognuno stava beatamente vivendo una lunghissima notte di “libertà” e di “felicità” in Siberia!

Tra l’altro, sia detto fra parentesi, questo spregevole Vyšinskij, essendo più stalinista di Stalin, fu poi ministro degli esteri di Stalin dal 1949 al 1953, transitando così dalle aule dei tribunali a quelle della politica governativa. Sicché in Russia si ebbe un precorrimento – certamente rozzo e barbarico – di quella giocosa prassi che nell’Italia di oggi, mutatis mutandis, sarà chiamata “prassi della porta girevole”, per indicare la possibilità di un Magistrato (potere giudiziario dello Stato) di passare nel Governo (potere esecutivo dello Stato) oppure, se eletto, di sedere in Parlamento (potere legislativo dello Stato), per poi tornare, se gli aggrada, al potere giudiziario indossando di nuovo la toga.

Da notare, en passant, che questa prassi da trapezista può provocare due tipi di disturbi: 1. per il continuo mulinare della porta girevole (ora Magistrato, ora Deputato, ora Ministro, ora Governatore di Regione, ora Sindaco, ora nuovamente Magistrato), si può essere aggrediti da vertigini di onnipotenza; 2. nell’arduo andirivieni dal potere giudiziario dello Stato ad altri poteri dello Stato e viceversa, il soggetto in questione può subire un disturbo locativo della personalità, a volte addirittura una crisi di identità, per cui chi era prima un uomo dello Stato si senta poi esclusivamente un uomo di Partito. E a volte accade che, obliando la tripartizione dei poteri, egli si senta esclusivamente un uomo di Potere.

Ma torniamo al nostro Hegel-Togliatti. Egli aveva già visto come lo Spirito del mondo strappasse delle “sincere” e “spontanee” confessioni ai sospettati e agli imputati. Sapeva che, in occasione dei processi stalinisti, gli interrogatori duravano mesi e mesi all’oscuro di tutto e di tutti; sapeva che le confessioni erano strappate con metodi ripugnanti, in cui alla violenza fisica (oltre alle percosse, c’era il sistema di non lasciare all’imputato, per giorni e notti intere, la minima possibilità di dormire e di sedersi) si sommavano le peggiori pressioni psicologiche, che andavano dalla minaccia di rappresaglie sui parenti alla menzognera promessa di risparmiare la vita a coloro che avessero reso la più ampia confessione.

Così gli imputati, malgrado fossero completamente innocenti, cominciavano prima con l’ammettere semplici trasgressioni alla disciplina di partito e poi finivano pian piano col confessare delitti mostruosi pur di far cessare la tortura della “giustizia” proletaria e comunista. E questi infelici comunisti pervenivano al più basso gradino della confessione così, lentamente, quasi senza rendersene conto, quasi come sonnambuli.

Questa marcia funebre aveva per tutti gli stessi tempi musicali: ogni volta i «cani rabbiosi» confessavano un “peccato” leggermente più grave di quello che avevano confessato prima; e ogni volta speravano che l’incubo finisse e che fosse l’ultimo boccone di sterco da ingoiare; e forse alla fine speravano soltanto che la morte restituisse loro un po’ di pace, ponendo fine alla loro vita d’inferno, una vita maciullata non già dai fascisti, bensì dai compagni comunisti vestiti da biechi e ottusi inquisitori.

E forse fu la cosa più abominevole che il beffardo Spirito del mondo seppe fare in Russia, quando moltissimi innocenti comunisti furono assassinati con l’accusa di essere controrivoluzionari, antibolscevichi, trockisti, zinovievisti, socialfascisti, fascisti, e così via delirando. E senza alcun dubbio contro quei comunisti furono commessi peccati che ancora oggi gridano vendetta al cospetto di Dio, quando migliaia e migliaia di innocenti furono trascinati nel fango, e poi costretti a strisciare verso la morte tra denunzie, torture, autoflagellazioni e confessioni sempre più improbabili e incredibili, sempre più abiette e mostruose e nauseanti.

Ebbene, frenando a malapena il moto di ribrezzo e di disgusto che ci assale come esseri umani, prima ancora che come cittadini di un mondo civile, riportiamo ora un brano della “spontanea confessione” dell’innocente Kamenev, che fu “liberamente costretto” ad addossarsi tutti i peccati del mondo: «Noi abbiamo servito il fascismo, noi abbiamo organizzato la controrivoluzione contro il socialismo, abbiamo preparato la strada ai fautori dell’intervento contro l’Unione sovietica. Questa è stata la via che abbiamo intrapreso, questo l’abisso di tradimento in cui siamo caduti».

Si fece dire a Kamenev – a un altissimo dirigente bolscevico che aveva operato a fianco di Lenin – di essere caduto in un «abisso di tradimento»! In verità, si deve parlare di un abisso di totale mortificazione e annientamento in cui venne scaraventato a forza un essere umano. E si deve pur parlare di un senso di desolante mortificazione che oggi assale coloro che leggono tale “confessione”.

E l’avvilimento continua, quando ci accostiamo alla “libera confessione” di Zinov'ev che, maciullato da torture e angherie, fu sadicamente costretto a ripetere pappagallescamente una litania di concetti astratti e assurdi per svelare al tribunale che esiste – udite! udite! – un’importante differenza fra il bolscevismo avariato e l’antibolscevismo, e soprattutto che il trockismo è una variante del fascismo e lo zinovievismo è una variante del trockismo: «Voglio dire ancora una volta – dichiarò il martoriato Zinov'ev – che mi proclamo interamente e completamente colpevole. Io sono colpevole di essere, dopo Trockij, il secondo organizzatore del blocco trockista-zinovievista che si era posto come obiettivo quello di assassinare Stalin, Vorošilov e altri dirigenti del partito e del governo […] Il mio bolscevismo avariato ha degenerato in antibolscevismo e, attraverso il trockismo, sono arrivato al fascismo. Il trockismo è una variante del fascismo e lo zinovievismo è una variante del trockismo».

È un mea culpa rivoltante, che turba profondamente la coscienza morale di ogni persona civile non già per le parole di quei comunisti che “liberamente” confessavano, bensì per gli aguzzini comunisti che quel penoso e crudele copione avevano imposto, prima di premere il grilletto e far fuoco.

Bisogna dire che – secondo lo storico inglese Simon Sebag Montefiore – Zinov'ev e Kamenev avevano acconsentito a dichiararsi colpevoli in cambio della promessa di non essere fucilati e di salvare le rispettive famiglie. E Stalin accettò e promise. Ma, contrariamente agli accordi, poche ore dopo la loro condanna Stalin ordinò l’esecuzione dei due.

La mattina del 25 agosto 1936, Zinov'ev e Kamenev furono prelevati per essere eliminati. Quando comprese che sarebbe stato fucilato, Zinov'ev implorò in ginocchio di essere risparmiato, mentre Kamenev mantenne un contegno più decoroso e disse a Zinov'ev di calmarsi e di morire con dignità. Zinov'ev fece tale resistenza alle guardie che queste, invece di portarlo davanti al plotone di esecuzione, lo condussero in una cella lì vicina e gli spararono.

Zinov'ev fu uno dei personaggi tragici della tragedia rivoluzionaria russa. E bisogna ammettere che la sua tragedia non fu una tragedia di grandezza, bensì quella di un uomo debole. Purtroppo, di fronte alla sua miseranda fine, la mente non può non andare al peso tremendo che la vendicativa dea Nemesi ha sulla storia. In altri termini, bisogna ricordare che il vanitoso e presuntuoso Zinov'ev, quando era ai massimi livelli del potere in Russia dopo la morte di Lenin, aveva collezionato nella sua marcia trionfale una funesta e penosa serie di primati. E alla fine la nemesi storica scaricherà su Zinov'ev tutte le accuse e tutte le colpe che lui aveva addossato ai suoi avversari.

Ad esempio, fu Zinov'ev il primo a pretendere il macabro spettacolo della confessione e del mea culpa quando, al XIII Congresso del Partito Russo del 1924 (dopo la morte di Lenin), invitò Trockij a confessare pubblicamente di «avere commesso un errore, mentre il partito aveva ragione». A tal proposito, un decennio dopo a Mosca, nel VII Congresso dell’Internazionale Comunista del 1935, Togliatti raccomanderà calorosamente l’igienico esercizio dell’autocritica negli organismi di partito: «L’ultima osservazione generale riguarda la mancanza di un capitolo sull’autocritica. […] Mi sembra che un capitolo che tratti dell’autocritica sia assolutamente necessario».

E fu proprio Zinov'ev ad avere la maggiore responsabilità nell’instaurare il disgustoso culto di Lenin (il cadavere di Lenin imbalsamato ed esposto al pubblico!), di un Lenin tutto santo e puro, elevato agli onori degli altari, oltre al principio per cui l’assoluta fedeltà a Lenin era il requisito indispensabile per guidare il partito comunista.

Fu ancora lui il primo a usare pubblicamente il termine “trockismo” come un insulto infamante e a bollare Trotskij come un piccolo borghese, un opportunista, un nemico. Fu sempre lui, in goffa e maldestra imitazione di Lenin, a iniziare la pratica di denunciare come “menscevismo” qualsiasi deviazione dalla ortodossia di partito.

Ad un certo punto la nemesi storica si abbatté su Zinov'ev, facendogli scontare i frutti avvelenati che egli stesso aveva seminato. E, per sua disgrazia, sul suo tortuoso cammino trovò il truculento Stalin, un uomo che non dimenticava e non perdonava, un uomo cauto e deciso che, nel 1929, Trockij aveva definito, con una punta di arroganza e di verità, «la mediocrità di maggior rilievo del nostro partito».

Indubbiamente, il compagno Stalin era un mediocre senza alcuna originalità, ma un mediocre che possedeva eccellenti doti di organizzatore e di amministratore; un mediocre dotato di una spietata energia che sapeva fondere paurosamente un’estrema determinazione con un’estrema brutalità e indifferenza verso le umane sofferenze.

Ad ogni modo, quei mostri infernali – da Stalin fino all’ultimo carceriere – non si accontentavano di eliminare sbrigativamente il “traditore”, così con un colpo alla nuca, senza la perdita di tempo degli interrogatori e delle torture, senza la spettrale farsa dei processi. Nossignore, quei mostri dovevano infarcire le uccisioni con lo spettacolo della confessione pubblica, con il mea culpa recitato a capo chino e a voce alta, con l’autoflagellazione davanti a tutti, rinnovando così il ripugnante rito dell’autodafé, quando l’Inquisizione spagnola imponeva, coram populo, davanti a tutto il popolo, l’atto di penitenza e di fede ai colpevoli, prima di bruciarli vivi.

Ma, come venivano giudicati all’estero i grandi processi del 1936 a Mosca? Per stare soltanto nell’area italiana, bisogna dire che i giornali dell’Italia fascista relegarono in un cantuccio le vicende moscovite (testimonianza del caos fallimentare che regnava a Mosca!), perché erano tutti occupati ad esaltare le gesta del re e del duce. Addirittura proprio quell’anno – il cruciale 1936 – vide la conquista italiana dell’Etiopia e la proclamazione dell’Impero, per cui Mussolini assunse il titolo di Duce Fondatore dell’Impero e il re Vittorio Emanuele III fu proclamato Imperatore d’Etiopia. E fu l’anno in cui il consenso popolare al fascismo raggiunse l’acme. E fu pure l’anno che vide l’Italia fascista avvicinarsi funestamente sempre più alla Germania nazista, sino giungere all’asse Roma-Berlino.

E la stampa clandestina antifascista? In questo caso bisogna dire che, pur essendo l’attenzione rivolta maggiormente ai fatti di Spagna, che qualche voce di dissenso e di sospetto si levò contro i processi di Mosca. Ad esempio, sul “Nuovo Avanti!”, pubblicato in Svizzera, apparve un editoriale (Vice, Le esecuzioni di Mosca, 5 settembre 1936) che apertamente esprimeva dubbi e critiche: «Quanto a noi, diremo che non possiamo comprendere che si condannino alla fucilazione sedici militanti soltanto per aver preparato atti terroristici […] Non possiamo comprendere che un regime – il quale si dice ormai consolidato – abbia bisogno di rispondere con atti di terrorismo giudiziario ad un presunto terrorismo – anche se confessato – che non aveva avuto un principio di esecuzione. Non possiamo credere che i compagni di Lenin – nel primo comitato della rivoluzione d’Ottobre – siano diventati tutti degli agenti di Hitler».

Come si può notare, da parte socialista continuavano a definire positivamente con il titolo di «militanti» coloro che invece, a Mosca, dai comunisti stalinisti erano stati infangati e classificati e fucilati come controrivoluzionari e fascisti. E addirittura il tratto più significativo dell’articolo del “Nuovo Avanti!” era quello per cui i socialisti utilizzavano categorie giuridiche “borghesi”, con rivendicazioni garantiste “borghesi”, per condannare un processo che in realtà era soltanto una barbarica messinscena politica di un regime comunista fondato sul terrore e sul sangue. Ci si indignava, da parte socialista, che gli imputati fossero stati fucilati «per aver preparato» e non portato a termine atti terroristici. E si denunciava apertamente che, se di terrorismo si doveva parlare, era il caso di sottolineare un «terrorismo giudiziario» a danno di un «presunto terrorismo» degli accusati.

 

(Continua)

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