Se per “eroe” intendiamo – com’è giusto intendere – un individuo che compie azioni straordinarie, affrontando coraggiosamente gravi pericoli e dando prova di eccezionale valore, allora Capitan Miki e Blek Macigno erano a buon diritto due eroi. Cosa non fecero di impossibile, di ardimentoso, di nobile, questi due personaggi che abitavano le nostre fantasie di adolescenti? Di sicuro, ci facevano sognare.
Ma erano forse dei “modelli” a cui ci ispiravamo? Qui bisogna operare qualche distinzione. In verità, se per “modello” si volesse intendere una persona da imitare, allora i due eroi non erano dei modelli, per il semplice fatto che erano inimitabili. Le loro qualità, infatti, le loro doti, le loro gesta, avevano qualcosa di perfetto e di superiore rispetto alle normali capacità degli esseri umani. Chi avrebbe mai avuto la mira precisissima nello sparare o la destrezza nel maneggiare un pugnale o l’abilità nella lotta di un Capitan Miki o di un Blek? Nessuno poteva essere forte come loro, deciso come loro, sicuro come loro.
Se, invece, per “modello” intendiamo una costellazione di valori, di virtù, di pregi, che l’eroe incarna ed interpreta, allora possiamo ben dire che Capitan Miki e Blek offrivano a noi ragazzi di allora un “modello” di virtù e di valori, a cui ispirarci e con cui sognare un mondo ideale, dove il bene sconfigge il male.
In altri termini, i nostri eroi erano “modelli” solamente in riferimento ai princìpi, agli ideali, ai valori, per cui vivevano, combattevano, soffrivano e si sacrificavano. Quali sono, ad esempio, i princìpi di Capitan Miki? Premesso che stiamo parlando di personaggi di fantasia, per cui i Nevada Rangers sono dei cavalleggeri che costituiscono sostanzialmente un corpo di polizia, e quindi Miki non è un soldato ma un ranger; allora possiamo ben dire che i suoi princìpi son quelli della legalità, del rispetto della legge, della lotta contro i banditi, i ladri, i truffatori, i prepotenti, i malfattori.
Beninteso: il modello rappresentato da Miki nel giornaletto è quello di lottare per il trionfo della giustizia, ma nel rispetto della legge. Infatti, Miki è l’uomo della legge che non si sottrae alla legge, perché tutti sono soggetti ad essa.
Si aggiunga che il concetto di “legge” a cui faccio riferimento è ben più vasto, più nobile, più solenne e più efficace della pur rispettabile legge che è racchiusa nei codici o nelle aule dei tribunali. Il mio concetto di “legge” risiede non tanto nei codici, quanto piuttosto nel tribunale della coscienza, nel petto di chi sacrifica persino la vita per il rispetto della legge.
Legge non scritta, quella della coscienza? Certamente, legge non scritta; come quella che Antigone opponeva alle leggi degli uomini; legge non scritta, come i “detti di Lacedemone”, il mitico fondatore di Sparta, ossia le frasi celebri per obbedire alle quali morirono gli immortali Trecento alle Termopili; legge non scritta, come le “leggi della patria” che imposero a Socrate di restare in carcere e di affrontare la morte, anche quando qualcuno gli offrì la possibilità di evadere.
A tal proposito, mi sovviene un episodio molto significativo di questo fumetto, un episodio che sino ad oggi mi è rimasto impresso nella memoria e nella coscienza. Eccolo: Capitan Miki, alla testa di uno squadrone dei Nevada Rangers, galoppa disperatamente per portare soccorso a una pattuglia di commilitoni che, isolati e intrappolati, stanno per soccombere sotto i colpi di una numerosa banda di feroci assassini. Purtroppo, Miki arriva tardi. E lo spettacolo che si presenta è quello di una banda di fuorilegge che spietatamente stanno uccidendo persino i rangers feriti. E purtroppo di quella pattuglia di rangers non sopravviverà nessuno.
Alla fine, Miki e i suoi rangers hanno la meglio e catturano tutti gli assassini. Ma l’animo dei rangers vittoriosi è turbato, la mente è sconvolta, il cuore ferito, alla vista dei loro commilitoni uccisi, alla vista dei tanti amici sterminati senza pietà anche quando erano feriti.
A quel punto, nel petto dei rangers esplode il demonio della vendetta; e ognuno vorrebbe fare giustizia sommaria nei confronti dei feroci banditi che, come tutti i malfattori, chiedono vigliaccamente pietà e legalità quando da prepotenti diventano impotenti, quando da vincitori diventano vinti.
Tutti i rangers, quindi, vogliono una giustizia-vendetta con l’immediata eliminazione fisica dei banditi. Tutti, tranne Capitan Miki. Egli, infatti, non soggiace a questa brama di vendetta, che abbasserebbe i difensori della legge allo stesso livello dei banditi che calpestano la legge. Sulle prime, purtroppo, l’appello di Miki a consegnare i banditi alla giustizia dei tribunali non trova ascolto. Perciò egli è costretto a frapporsi tra i banditi prigionieri e i rangers avvelenati dalla vendetta. Ma i rangers avanzano lo stesso, al punto tale che Capitan Miki dice loro in maniera perentoria: «Se volete uccidere costoro, prima dovrete uccidere me!».
In effetti, col suo corpo Miki fa scudo non solo in difesa dei banditi, che debbono essere giudicati da un regolare tribunale, ma anche e soprattutto in difesa dell’onore, della divisa e della missione di quegli stessi rangers che, cercando vendetta e giustizia sommaria, tradirebbero il loro giuramento che fu un giorno anche quello di Miki: «Giuro di dedicare la mia vita al trionfo della giustizia, dell’ordine e della pace in questa regione».
Alla fine, Miki riesce a spezzare la spirale dell’odio e della vendetta. E tutti i rangers tornano a ragionare, fanno un passo indietro e accettano convintamente gli ordini del loro giovanissimo capitano.
Pensate un po’: in quegli anni Cinquanta, era ancora vivo in Italia il doloroso ricordo della guerra civile, di quella guerra “senza legge e senza quartiere” che investì l’Italia del Nord, di quel tipo di guerra che i Romani avevano chiamato bellum civile (guerra fra concittadini) o peggio ancora bellum intestinum ac domesticum (guerra intestina, civile e interna), appunto per dare l’idea chiara delle atrocità di una guerra all’interno di una nazione e delle vendette casa per casa.
Ebbene, in quegli stessi anni Cinquanta, i giornaletti di Capitan Miki ci insegnavano che nessuno deve farsi giustizia da sé, che nessuno deve imbastire processi sommari, che tutti gli individui sono soggetti alla legge, primi fra tutti i giudici e i tutori della legge.
E quando oggi mi imbatto nella specie sempre più diffusa e prolifica degli astratti razionalisti, di quei sognatori di perfette utopie, di quei campioni – sconclusionati nelle idee e inconcludenti nella pratica – i quali propugnano l’abolizione delle leggi, e propongono che, una volta spazzate via le leggi, il giudice cessi di essere giudice e diventi ad libitum o un risolutore di litigi o un amministratore delegato della morale; allora, pur sapendo che nessuna legge è perfetta, sento il vivo e incoercibile impulso a difendere le leggi di fronte al baratro dell’anomia o dell’anarchia.
E disperatamente esorto questa genìa di pericolosi utopisti a visitare la Storia, ricordando loro che per la legalità si sono combattute migliaia di battaglie e versati fiumi di sangue; e per la legalità si affrontano anche oggi le noie e le umiliazioni delle liti (anche quelle da condominio!).
Pertanto faccio energicamente notare che coloro i quali sputano sentenze contro le leggi, che contro le leggi organizzano cortei, possono ben farlo comodamente e a cuor leggero, perché le leggi li proteggono, li sostengono, li custodiscono. E se per un attimo le leggi mostrassero di crollare tutte, passerebbe loro la voglia di sognare castelli in aria; e trafelati e impauriti correrebbero a reclamare le leggi, a difendere le leggi, magari per poi riprendere le accademiche ciarle contro le leggi.
Ma, adesso, chiediamoci quali sono i princìpi di Blek Macigno. Già in premessa possiamo rispondere che, se Miki è il difensore della legge e della giustizia, Blek è il combattente per la libertà e per l’indipendenza della propria terra.
A questo punto, qualche anima tenera e bella, al solo sentire la parola “combattente”, potrebbe oggi inorridire all’idea di aver proposto ai ragazzi di allora un “modello” di guerra e di violenza come Blek.
Per intenderci, precisiamo che costoro sono i nipotini petulanti e intolleranti di quegli apostoli della non-violenza, che per anni (fin dai primissimi anni Sessanta) promossero una crociata contro i genitori che avevano regalato pistole e fucili di latta o di plastica ai loro bambini, inculcando loro orribili sentimenti di aggressività e di bellicosità. Erano quegli apostoli della non-violenza di cartone che poi magari non fiatarono di fronte alle P38!
Alla fine, vinsero quei santi apostoli della non-violenza, e sparirono le pistole di latta. Ma nessuno si è accorto (o meglio, tutti hanno fatto finta di non accorgersi) che da allora subentrò un’ondata sempre crescente di violenza nei cartoni animati, nei dialoghi, nei film, nei social, nel linguaggio. Un’ondata? Ma che dico! Uno tsunami! Un maremoto di violenza che continua a travolgere sempre più le famiglie, le scuole, la società, le istituzioni, i media.
D’altronde, la crociata contro la violenza delle pistole di latta era allora animata – ci dissero – da un nobile spirito progressista e pacifista. Oggi, invece, il solo pensare a una timidissima crociata per combattere (e cito a caso) la violenza delle orde di tifosi, o la barbarie della teppaglia che mette a ferro e fuoco una città, o la morte venduta e distribuita dai pushers, o gli stupri, o le aggressioni sulla pelle degli insegnanti, dei medici e degli infermieri, e così via violentando; oggi – ci dicono – una tale crociata è da condannare perché animata da un bieco spirito reazionario, da un ottuso cervello passatista, da un becero sentimento autoritario, antidemocratico e illiberale. E noi, pro bono pacis, facciamo finta di crederci e lasciamo perdere.
Ma ora facciamoci coraggio e torniamo a cose più serie, ovvero al nostro Blek Macigno.
Innanzi tutto bisogna dire che in cima al sistema dei valori del nostro eroe sta la libertà. E la conquista e la difesa della libertà non può non comportare lo scontro con l’esercito inglese che, ai suoi occhi, rappresenta il dominio coloniale e l’oppressione rapace di un’Inghilterra imperialista. Egli combatte, assieme ai trappers e ai “patrioti” dei centri abitati, per l’indipendenza americana contro l’Inghilterra. E sogna di vivere, un bel giorno, in libertà e in pace.
Insomma, se dovessimo usare certe abusate categorie di oggi, dovremmo dire che Blek non è né un incoercibile guerrafondaio né un astratto pacifista. Egli ha la saggia e realistica consapevolezza che l’indipendenza non si conquista né con i fiori né con i paternostri. E proprio per questo combatte gli Inglesi e si allea con l’avvocato Connoly di Boston, il quale vive in clandestinità ed è il capo dei “patrioti” dei centri abitati.
E quando nel suo territorio Blek mette pace fra i bianchi e i pellerossa, egli è bensì un saggio “pacificatore”, e non già un astratto “pacifista” che andrebbe a predicare il verbo della pace fra gente che – come i trappers e i pellerossa – detiene ancora un qualcosa di selvatico e di rozzo.
Ma diciamola tutta: l’ideale di Pace che traspira da quel fumetto ci fa godere i momenti di armonia, di buon accordo, che regnano nella comunità dei trappers, nonché i momenti di serenità spirituale al contatto con la natura quasi incontaminata.
A questo punto, possiamo dare una sbirciata alla tavola delle “virtù” su cui si fonda lo spirito di quei giornaletti. Ebbene, in questa tavola delle virtù incontriamo la Lealtà, che è dovuta a tutti, persino agli avversari. Capitan Miki e Blek Macigno, infatti, combattono lealmente, a viso aperto, senza colpire alle spalle, senza mai pugnalare a tradimento l’avversario, per cattivo che possa essere.
E incontriamo anche la virtù della Gratitudine, tanto ignorata e negletta al giorno d’oggi. Agli occhi dei giovanissimi lettori di allora, la gratitudine è apertamente e sinceramente espressa da parte di tutti coloro che ricevono un aiuto da Miki o da Blek. E possono trascorrere anni, ma i personaggi di quei giornaletti non dimenticano mai il debito di gratitudine contratto con Blek o con Miki.
Senza dubbio, a parlare di perenne gratitudine, oggi ci sembra di parlare di sogni e di chimere. In effetti, nel gran mare di superficialità e di egoismo in cui ci stiamo inabissando, la gratitudine – quando c’è – è un sentimento vivo e vegeto sino al giorno prima di ricevere un beneficio, un aiuto. Ma, nel giorno stesso in cui si ottiene il beneficio, il fiore della gratitudine appassisce e muore.
Beninteso, qui non si vuol propagandare il pessimismo cosmico. Assolutamente no, perché sappiamo che, a fronte di tanta ingratitudine, esiste quel tanto di gratitudine che ci fa riconciliare con il mondo e ci rende più accettabile la vita.
Ma forse l’ingratitudine altrui ci avvelena l’esistenza? No! Non è, e non dev’essere, così! In verità, pensare all’ingratitudine ci rende certamente tristi e amareggiati, ma saremmo ben miseri e meschini se non trovassimo in noi stessi, in altre persone, nelle nostre relazioni affettive, nei nostri doveri sociali, non solo la nostra forza e la nostra ragion d’essere, ma anche la nostra voglia di vivere questa vita, che non sarà tutta rose e fiori, ma è pur sempre degna di essere vissuta con dignità.
Un tempo, la virtù della gratitudine era indubbiamente più praticata e più in auge. Innanzi tutto, si ringraziava mille volte Dio per tutti i beni concessi, a cominciare dal bene della vita. E, poi, con la gratitudine i figli scaldavano il cuore e la mano dei vecchi genitori al tramonto della vita. E, infine, quando ancora non avevamo scoperto che tutto ci è dovuto, accoglievamo con animo grato i vecchi maestri, gli amici sinceri, le persone care, che ci avevano donato qualcosa di buono.
Ma ora sfogliamo un giornaletto di Capitan Miki, per contemplare un altro valore proposto all’ammirazione dei ragazzi di allora: il Merito. Dopo avere assistito all’arruolamento del giovanissimo Miki nel corpo dei Nevada Rangers e alla cerimonia del giuramento, passa qualche mese e, a Fort Coulver, tutti i rangers stanno col naso all’insù per leggere questo manifesto: «In seguito alla morte del sergente Clem Bretton è indetto un concorso per l’elezione di un nuovo sergente. Il concorso comprende: gare di equitazione, tiro alla pistola e lotta. Possono parteciparvi tutti i rangers».
Quattro rangers di Fort Coulver – fra cui l’intraprendente Miki – si presentano al concorso. Nessuno, tranne Doppio Rhum, conosce ancora le doti eccezionali del nostro piccolo ranger, e quindi tutti i pronostici sono a favore degli altri tre concorrenti. Ma, alla prova dei fatti, alla fine delle tre gare, Miki si piazza primo meritatamente. A quel punto, l’incredulità e la meraviglia di tutti lasciano il posto all’applauso – meritatissimo applauso – che i rangers vanno tributando a Miki, portandolo in trionfo.
Insomma, superate brillantemente le tre “prove d’esame”, Miki conquista meritatamente i galloni di sergente dei Nevada Rangers, senza la benché minima ombra di favoritismo: nessuno gli “ha passato la copia”, nessuno lo ha raccomandato! In breve, egli vince e convince; egli “merita” i galloni di sergente.
Ed ecco un’altra prova del Merito: poco tempo dopo, trovandosi a fare un giro d’ispezione a cavallo nella prateria, il sergente Miki scopre che la pericolosa banda dell’Avvoltoio – formata da bianchi e da pellerossa – sta per tendere un’imboscata a una carovana di pionieri con donne e bambini. La situazione è grave e disperata: ormai la carovana sta per guadare il fiume, dove si scatenerà l’inferno e la mattanza per i poveri innocenti pionieri.
Ma il sergente Miki, mostrando sangue freddo, indomito coraggio e sprezzo della morte pur di salvare la vita di tante vittime innocenti, si lancia al galoppo sotto il fischiare delle pallottole per dare l’allarme, avvertire la carovana dell’aguato incombente, e poi far dirottare i carri su un isolotto in mezzo al fiume, dove tentare un minimo di resistenza contro i banditi inferociti. Alla fine, con un epilogo da “arrivano i nostri”, tutti sono salvati dalla cavalleria dei Nevada Rangers che da Fort Coulver accorre a spron battuto in aiuto di Miki e della carovana.
Comunque, la resa dei conti con la terribile banda dell’Avvoltoio è solamente rimandata. Dopo alcuni giorni, approfittando dell’assenza del grosso della truppa, la banda assale Fort Coulver e rapisce Susy in modo da tenere sotto ricatto suo padre, il comandate Brown.
Da quel momento è un precipitare di eventi. D’altronde, adesso sconfiggere la banda dell’Avvoltoio significa anche, sia per il comandante Brown sia per il sergente Miki, liberare la povera Susy che rischia di essere uccisa. Insomma, per i due rangers all’imperativo del dovere si aggiunge la voce del cuore!
Per liberare Susy, il nostro Miki viene ferito a una spalla. Ma, alla fine, i rangers di Fort Coulver avranno la meglio e annienteranno definitivamente la banda dell’Avvoltoio. Così, portando ancora una vistosa fasciatura, il sergente Miki conquista meritatamente i gradi di tenente.
Anche in questo caso emerge la lezione del Merito: quella promozione Miki se l’è guadagnata, i gradi di tenente se li è sudati! E questa lezione insegnava ai giovanissimi lettori di allora che una persona è degna di meritare un premio, una lode, una ricompensa, solo in virtù delle proprie capacità e dei propri sacrifici. Diversamente, una persona sgraffigna, rosicchia, ruba, quello che spetta a un altro più meritevole.
Pertanto si potrebbe dire che, a differenza dei “diritti” di nascita, di censo, di casta, ecc., (sarebbe più giusto chiamarli “privilegi immeritati”), esiste invece un “diritto meritato”, un diritto “democratico” perché spetta a tutti… ossia a tutti coloro che “meritano” una ricompensa (la lode, la stima, un lavoro, un encomio solenne, un premio in denaro, ecc.).
Senza dubbio, il riconoscimento del Merito comporta un’altra virtù: l’Umiltà. Infatti, solo chi si fa umile può riconoscere il merito degli altri. Perciò il superbo, il pieno di sé, colui che presume (presuntuoso!) di possedere tutte le perfezioni mentre gli altri possiedono tutte le imperfezioni, non può (gli mancano gli strumenti mentali e morali) riconoscere i meriti e i pregi degli altri.
Analogamente, dalla parte opposta, anche colui che rimane inoperoso nel suo guscio di egoismo e di piagnisteo, colui che non è pieno di sé perché è vuoto, anche lui non sa e non può riconoscere il merito degli altri. E sta sempre a piagnucolare e a lamentarsi, ripetendo con invidia e malanimo: «Che cosa ha lui in più di me?».
In altri termini, solo chi possiede l’Umiltà – ossia un’anima nobile e generosa – è capace di rendere a ciascuno quanto gli spetta, ri-conoscendo i meriti degli altri. Ma, vivaddio! come si fa ad usare il verbo “ri-conoscere” in questi nostri tempi? Come si fa? quando non “conosciamo” bene neppure noi stessi, e non “ri-conosciamo” né Dio né i nostri simili, a cominciare dai più vicini, ossia dai figli, dai genitori, dagli amici? Impossibile! E quindi monta e dilaga l’invidia sociale, la cancellazione dei meriti, il disconoscimento delle qualità individuali. E cresce prosperosa la pianta dell’egualitarismo astratto e piatto, secondo cui siamo tutti uguali come tante palle di biliardo, tutte bianche, tutte dello stesso peso e della stessa dimensione. E ciascuna palla va ripetendo: «Che cosa ha quella in più di me?».
Da qui la delusione e la rabbia di uno come me che, avendo aderito all’egualitarismo, non riesce a capire perché mai nessuno vuole ascoltarlo (anche gratis!), quando canta a squarciagola sotto la doccia, mentre tutti accorrono, e pagano, e fanno la fila, per ascoltare Andrea Bocelli o Taylor Swift.
Che cos’hanno in più di me una Taylor Swift o un Andrea Bocelli? Nulla! Siamo tutti uguali e nessuno ha meriti. E, grazie a questa bella teoria egualitaristica, possiamo affermare che, secondo la nostra “percezione” (oggi fa fino ricorrere alla parola “percezione”!), tutti siamo Archimede, o Napoleone Bonaparte, o Shakespeare. Che male c’è? La mattina, mi percepisco Frank Sinatra; a mezzogiorno, mi percepisco Maria Montessori; al tramonto, mi percepisco Maximilien Robespierre. In fondo, che cos’hanno costoro in più di me? Non siamo tutti eguali?
Fuor di celia, parliamo ora seriamente del concetto di Forza che si presenta soprattutto nei giornaletti di Blek. Questo eroe, dalla forza erculea, somministra pugni micidiali e pesanti schiaffoni ai malcapitati soldati inglesi, le Giubbe Rosse, che lui chiama scherzosamente “gamberi rossi” per il colore della loro uniforme. Sa sparare benissimo, è vero; ma nella stragrande maggioranza dei casi, egli spara per disarmare e non già per uccidere.
Blek, dunque, è bensì un modello di Forza, ma per nulla un modello di Violenza. Un modello di forza fisica, ma anche di forza morale, nel difendere i deboli; un modello di forza della ragione, contro l’ottusità degli oppressori; un modello di forza della legge, come legge di giustizia e di pace che egli sa instaurare fra i trappers e i pellerossa; un modello di forza dell’esempio, nell’essere sempre il primo ad affrontare i pericoli o nell’impartire lezioni di lealtà.
So bene che oggi le solite anime belle manderebbero al rogo questi fumetti perché, secondo loro, incitano alla violenza. E la cosa non stupisce, conoscendo il mondo dorato delle anime belle, dove la forza viene scambiata con la violenza.
Purtroppo, questa confusione dovrebbe allarmare e indignare, perché ogni giorno di più assistiamo a certi spiriti mentalmente stravaganti e moralmente torbidi che, facendo confusione, si mostrano violenti con sé stessi e con gli altri, credendo di essere forti. Addirittura, legioni di giovani ammirano questi modelli violenti, scambiandoli con modelli di forza. E se non fosse una tragedia del nostro tempo, ci sarebbe da citare un famoso detto di Stendhal, secondo cui si finisce col cercare le anime veramente forti fra gli ospiti delle patrie galere.
In verità, in quegli anni Cinquanta, l’esperienza del ventennio e della guerra aveva ben messo in evidenza l’enorme differenza che intercorre tra la Forza e la Violenza. E cominciarono ad insegnarci, ad esempio, che in politica esistono due sistemi per verificare una maggioranza: quello di contare le teste; oppure quello di spaccarle o tagliarle. Tertium non datur. Nel primo caso, si ha la forza della libertà; nel secondo, si ha la violenza.
E ci insegnarono pure che la Violenza non è forza, ma debolezza, né mai può essere forza creatrice di alcunché, ma soltanto energia distruggitrice. E questa è verità incontestabile: la Forza è libertà o preparatrice di libertà; mentre la Violenza è distruggitrice di libertà.






















