Quando noi ragazzi di allora scoprimmo l’America
Parte Prima
Dedico queste pagine alla mia “comitiva di ragazzi”,
ossia al gruppo dei miei amici d’infanzia,
con cui sino ad oggi ho la gioia e il privilegio
di condividere momenti di vita, di ricordi e di affetti.
Avevo 10 anni, nel 1955. Grosso modo la stessa età della “nuova Italia”, che si stava lentamente risollevando dalla catastrofe della seconda guerra mondiale (i morti, gli invalidi – allora si chiamavano “mutilati” –, e ancora scheletri di case bombardate, e ancora fame e povertà). In breve, ero coetaneo della mia “nuova Italia”, che tenacemente e laboriosamente affrontava il cammino della rinascita fra paure e speranze: la contentezza per la fine della guerra e della dittatura fascista, la paura della dittatura comunista, l’avvento della democrazia e della repubblica, la Costituzione, il voto alle donne e…una gran voglia di America.
Ebbene, sì: una gran voglia di America! Su questo punto bisogna precisare che gli Italiani, in quell’immediato dopoguerra, conobbero diverse facce dell’America, e tutte facce generalmente benevole e bendisposte.
Insomma ci fu l’America dei “liberatori” che, a partire dal 10 luglio 1943 (sbarco in Sicilia) sino al 1945 (fine della guerra), portarono in Italia pace e libertà versando copiosamente il sangue di tantissimi giovani americani e alleati.
E, a proposito di Liberazione, non bisogna dimenticare che “ci siamo liberati” perché “ci hanno liberati”. Detto papale papale, prima dello sbarco alleato in Sicilia e la conseguente presenza degli eserciti anglo-americani sul territorio italiano, ovverosia prima della comparsa concreta e massiccia delle armate dei “vincitori-liberatori”, nessuna “guerra di liberazione” era esplosa, né poteva esplodere, nella penisola italiana.
Beninteso, nel ventennio (cioè dall’avvento del fascismo sino alla prima metà del 1943) l’Italia conobbe bensì eroiche minoranze di antifascisti, gloriose figure che subirono la reazione della dittatura anche a costo della vita; ma la “guerra di liberazione” ci fu – dove ci fu – solo dopo lo sbarco alleato in Sicilia e solo dopo che si realizzò una certa “convergenza” di interessi politico-militari fra i “vincitori” e i “partigiani”. Addirittura c’è di più: man mano che, accanto ai “vincitori” anglo-americani, si andavano affermando anche i “vincitori” sovietici, si avrà, nella zona nord-orientale italiana (Trieste, Pola, Istria, ecc.) una certa “convergenza” di interessi politico-militari fra i partigiani comunisti italiani e i “vincitori-liberatori” iugoslavi comunisti di Tito.
Comunque, ci fu pure l’America del Piano Marshall, un Piano che fu avviato nella primavera del 1948, al fine di aiutare la ricostruzione dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale. Per avere una pallida idea del Piano Marshall, basti ricordare che alla sola Italia furono destinati circa 1,5 miliardi di dollari (mai visto tanto denaro!), che contribuirono in modo significativo alla ripresa dell’industria, in particolare quella meccanica e siderurgica, e del lavoro in Italia.
Fu un aiuto importantissimo, il Piano Marshall. Ma fu anche un segnale nuovo dal punto di vista storico e politico: infatti, con la leadership statunitense sembrò finire la vecchia politica ottusa, vendicativa e miope del vincitore che non solo annientava lo sconfitto, ma addirittura gli imponeva insopportabili risarcimenti di guerra, alimentando inestinguibili conati di rivincita e preparando inesorabilmente un successivo conflitto.
Beninteso, il Piano Marshall non fu affatto una Pia Opera di Beneficenza; fu invece un gigantesco e lungimirante programma politico, economico e finanziario che solo gli USA, una superpotenza mondiale mai vista prima sul nostro pianeta, poteva concepire e realizzare, per giunta dopo avere affrontato e vinto un conflitto mondiale dall’Atlantico al Pacifico, dall’Europa al Giappone.
E ci fu, inoltre, un’America a contatto con la povera gente, un’America che per anni inondò ininterrottamente l’Italia di aiuti di ogni tipo. A tal proposito, ricordo benissimo le immense balle di vestiti usati, che dall’America giungevano nei porti italiani, attivando un micro-commercio al minuto e a buon mercato. Allora, infatti, in ogni quartiere sorsero bottegucce di “robbi d’America”, ossia di “vestiti dell’America”, dove con poche lire e molti sacrifici, rovistando montagne di indumenti americani, le povere massaie italiane compravano qualcosa che, con industriosa arte di taglio e cucito, diventava miracolosamente una camicia, una camicetta, un pantalone, un maglione.
Quella fu l’America che mi vestì, come tantissimi altri bambini e adolescenti di allora; fu quella l’America che distribuì gratis fiumi di latte in polvere, di formaggio, di burro, nelle mense delle nostre scuole elementari comunali e, mediante la chiesa cattolica, tra le famiglie povere, tra la miseria dei vecchi e dei bambini. Fu l’America che, per l’immaginario collettivo, significava ricchezza, benessere, dollari, per cui furono coniati detti come «costui crede di aver ha trovato l’America», oppure «è arrivato lo zio d’America!».
Ma, tornando alla metà degli anni Cinquanta del Novecento, bisogna notare che noi ragazzi di allora “scoprimmo l’America” grazie ai fumetti, ossia grazie a delle strisce settimanali in bianco e nero con la sola copertina a colori. A tal proposito, osserviamo che già nel 1948 erano apparsi in Italia due fumetti (“Tex Willer” e “Il Piccolo Sceriffo”) di grande successo, ma nati troppo presto per me, che mi affacciai a questo genere di lettura solamente negli anni Cinquanta. Infatti, proprio negli anni Cinquanta la mia generazione ebbe il suo incontro fatale con “Capitan Miki” e poi con “Blek Macigno”.
Da precisare, intanto, che per noi ragazzi quelle strisce (17 cm x 8 cm) non erano “fumetti”, bensì “giornaletti”, anzi “giunnaletti”, per dirla in dialetto catanese. Inoltre, data la povertà di allora e dato il costo (una striscia settimanale costava ben 20 lire!), quasi naturalmente fiorì tutto un mercato dell’usato e tutto un giro di prestiti fra i giovanissimi lettori.
Io mi accostai ai “giornaletti” grazie a mio cugino Gianni, di qualche anno più grande di me, che rappresentava per me il fratello maggiore che non avevo. Forse era il nome, ma debbo ammettere che mio cugino Gianni fu il mio “Giovanni Battista” nel prepararmi la strada verso la contemplazione e la lettura del fumetto.
Come un segugio, io seguivo mio cugino quando acquistava i fumetti o quando apriva le eccitate ed eccitanti contrattazioni per le operazioni degli acquisti (di seconda mano) e dei prestiti. E, a corollario di ciò, ricordo bene la processione dei ragazzi sulla soglia di casa di mia zia, per protestare contro la mancata restituzione di qualche giornaletto da parte di Gianni, il quale era molto abile nell’ottenere un prestito, ma molto smemorato nella restituzione.
Ad ogni modo, il 1° luglio 1951 nacque Capitan Miki, una meravigliosa serie a fumetti realizzata da una (per me) misteriosa EsseGesse, che nascondeva i cognomi dei tre bravissimi ideatori e realizzatori delle storie e dei disegni, ossia Giovanni Sinchetto, Dario Guzzon e Pietro Sartoris. Da notare che Capitan Miki raggiunse un grande successo di vendite, arrivando a toccare nella seconda metà degli anni Cinquanta le 250.000 copie settimanali (vedi fig. 1).
Sin dal primo numero del giornaletto, conosciamo un giovanissimo Miki (sui 16/17 anni) senza divisa che, cavalcando assieme a Doppio Rhum, va a trovare un suo carissimo amico, Clem Bretton, sergente dei Ranger del Nevada, che presta servizio in una capanna isolata, che funge da postazione avanzata di Fort Coulver. Purtroppo il nostro Miki si troverà di fronte alla drammatica scena dell’amico Clem Bretton in fin di vita, vicino alla capanna incendiata. Il povero sergente Bretton avrà la forza di rivelare che era stato assalito da una banda di malfattori, per poi spirare fra le braccia di Miki, il quale giura di vendicare l’amico mettendosi sulle tracce della banda di assassini.
Sarà questa l’occasione offerta a Miki e a Doppio Rhum, per portare la notizia a Fort Coulver, dove risiede il quartier generale dei Nevada Rangers. Qui, dopo aver parlato col comandante del Forte, il colonnello Brown, Miki matura la decisione di arruolarsi e di vestire così la divisa dei Rangers. E nella mia mente di ragazzino si scolpirono le parole che Miki rivolse al colonnello Brown: «Sono sempre vissuto nella prateria, so cavalcare e sparare. Doppio Rhum, che è il mio padre adottivo, mi ha insegnato tutte le astuzie degl’indiani…saprò essere un buon ranger, colonnello!».
Malgrado la giovanissima età di Miki, e data la penuria di rangers al Forte, il colonnello Brown lo ammette nei ranghi. E così arriva il giorno del giuramento. Di fronte a un plotone d’onore schierato nel vasto cortile di Fort Coulver, il nostro Miki presta giuramento nelle mani del colonnello con una formula che lo impegnerà per sempre: «Giuro di dedicare la mia vita al trionfo della giustizia, dell’ordine e della pace in questa regione!». A quel punto, salutata da tre squilli di tromba, sale alta sul pennone la gloriosa bandiera dei Nevada Rangers. E nella mente dei giovanissimi lettori si imprimono gli ideali a cui sarà fedele Miki: la giustizia, l’ordine e la pace.
Da quel giorno, nella memoria e nella fantasia dei ragazzi di allora risuonerà sempre l’inno dei Nevada Rangers: «Per tutta la contrada / Per tutta la frontiera / Garrisce la bandiera / Dei rangers del Nevada! / Dei rangers del Nevada!».
Comincia così la “missione” di Miki, il quale in breve tempo conquista meritatamente le tappe di una carriera militare che lo porterà fino al grado di capitano. Grazie agli insegnamenti del suo “padre adottivo” Doppio Rhum, il giovanissimo Capitan Miki è un eroe imbattibile con il suo cavallo Napoleone, con le sue pistole Colt e con le sue mosse di lotta giapponese nel corpo a corpo.
Da notare, inoltre, che egli è un “eroe anomalo” non solo per la sua giovanissima età, ma anche perché ha una fidanzatina di nome Susy, una graziosa e pepata ragazzina dalle trecce bionde e dalle lentiggini sul viso, figlia del colonnello Brown.
Pensate un po’: nel 1951, quando la morale cattolica osservava (ed eventualmente censurava) ogni testo, quando le figure femminili erano pressoché assenti nei fumetti per ragazzi, ecco apparire il nostro Miki con la sua simpatica e innocente Susy! Non dico una “rivoluzione”, ma certamente una simpatica “anomalia”. E il quadretto – che talora ha dell’idilliaco – spesso si anima con i capriccetti di Susy, le sue gelosie, le sue ripicche, che mettono a dura prova la pazienza di Miki e il suo inconcusso affetto per la fidanzatina. Sicché è dato vedere l’impavido eroe di mille missioni impossibili resistere a malapena ai dispetti e alle ramanzine di Susy, quando addirittura non si arrende, sottoponendosi all’onta dei servizi domestici. Il tutto farebbe ridere il femminismo di questi tempi; a allora aveva del “rivoluzionario” illustrare simpaticamente il “potere femminile” esercitato da Susy su Miki (vedi fig. 2).
Tra l’altro, bisogna sottolineare che Capitan Miki è un personaggio “uno e trino”: ovverosia è un personaggio affiancato dai due amici più anziani di lui, Doppio Rhum e il dottor Salasso, che creano un terzetto vivacissimo in cui si colgono, fra i tre inseparabili amici, assonanze e dissonanze, modi di vivere diversi se non contrapposti, che però si fondono in armonia sinfonica nel corso delle azioni affrontate assieme.
Per intenderci meglio: Miki è astemio, mentre i due simpaticissimi amici sono due ubriaconi, due insaziabili spugne, che nel rhum trovano il piacere assoluto, il farmaco per ogni malanno, la ragione ultima della loro esistenza, la fonte della loro energia fisica e mentale. Si aggiunga che Miki è maturo e assennato, a volte troppo serio, mentre i due compagni rappresentano la nota umoristica e irresponsabile del terzetto. E Miki, pur rimproverandoli e condannandoli, in fondo li sopporta amorevolmente, quasi come un figlio affettuoso e comprensivo.
Ma accostiamoci più da vicino ai due inseparabili e preziosi compagni di Miki. Il primo è Doppio Rhum, un anziano scout, ignorante, rozzo, sudicione, in fondo buonissimo, a volte ingenuo e superficiale, che detesta l’acqua sia come bevanda sia come mezzo per lavarsi. Con i capelli lunghi e la barba incolta, con una bocca che mostra l’assenza di qualche dente, con un cappellaccio unto e bisunto dall’inconfondibile falda piegata, con le arcuate gambe storte, con un carattere decisamente fumantino, con il suo simpatico e inconfondibile intercalare (“per tutte le sbornie!”), Doppio Rhum detiene due qualità assolutamente positive: sa sparare benissimo e nutre un immenso amore paterno per Miki.
Accanto si posiziona il dottor Salasso. Istruito quanto basta per surclassare il rozzo Doppio Rhum, costui mastica un po’ di medicina da praticone e adopera la sua intelligenza ora per togliersi dagli impicci ora per imbrogliare il prossimo. Affratellato a Doppio Rhum dall’uso delle pistole e dall’amore per il rhum, il dottor Salasso (mai soprannome fu affibbiato più a proposito!) è un uomo corpulento che non disdegna le fatiche del cavalcare o del menare le mani.
Il suo faccione, raramente rasato a dovere, presenta un mento sporgente in modo comico, più che in modo importante. In testa, Salasso porta sempre la sua fedele bombetta di feltro nero e addosso sfoggia un abito blu a coda, tra il tight e il frac, che mostra le offese del tempo e delle avventure. La camicia “bianca” (si fa per dire!) è chiusa al collo da un cravattino di nastro nero annodato a mo’ di fiocco, mentre un orrendo gilet giallo in seta operata sta a fasciare un pancione alquanto prepotente. A coronamento e completamento di tanta “eleganza”, il dottor Salasso indossa con disinvoltura dei pantaloni a quadrettoni rosso scuro, che avrebbero scandalizzato l’intera nobiltà europea.
Questo terzetto (Capitan Miki, Doppio Rhum e Salasso) è magnificamente disegnato e sceneggiato da EsseGesse sia nel carattere dei singoli personaggi, sia nella dinamica delle azioni, sia nella cura della rappresentazione degli ambienti. Ovviamente il terzetto è supportato da una schiera di memorabili comprimari. Tra questi ne citiamo solo due: il colonnello Brown, militare austero, con folti capelli e baffi bianchi, padre di Susy e molto legato a Miki da stima e da affetto; e il ranger napoletano Gennaro Esposito che, con il suo intercalare “mannaggia o Vesuvio!”, con i suoi capelli neri e ricci, e con i suoi baffetti da meridionale, sprigiona simpatia in tutto il Forte Coulver (vedi fig. 3).
Bisogna osservare, inoltre, che il personaggio di Doppio Rhum si ispirava all’attore americano Gabby Hayes, allora famosissimo nell’interpretazione del vecchietto da Far West, rozzo, sdentato e attaccabrighe. Di contro, il personaggio del Dottor Salasso era chiaramente ispirato all’attore Thomas Mitchell, nella parte dell’ubriacone doc Boone nel film “Ombre Rosse”. Il personaggio di Capitan Miki, con il volto pulito da giovanissimo eroe, con i capelli a riga centrale e con due ciuffi laterali, si ispirava a un giovane Franco Interlenghi del cinema italiano (vedi figure 4).
Ma adesso è giunta l’ora di spostarci nei secolari boschi del Maine (lo Stato più nord-orientale degli USA), dove un pugno di patrioti, guidati da Blek Macigno, combatte una sorta di guerriglia contro le giubbe rosse inglesi, che rappresentano l’odiata tirannia britannica nei territori americani.
Il 3 ottobre 1954 (allora avevo 9 anni) apparve nelle edicole il fumetto “Il Grande Blek”, anch’esso ideato e realizzato da quel geniale terzetto della EsseGesse che qualche anno prima aveva già lanciato “Capitan Miki”.
Blek Macigno (leggendaria è la sua esclamazione “corna d’alce!”) è un muscoloso trapper dal corpo statuario, con lunghi capelli biondi, che indossa sempre un cappello di marmotta, un gilet di pelliccia e dei pantaloni rossi con stivali. Le sue armi sono: un lungo coltello da combattimento portato dentro un fodero, un corno pieno di polvere da sparo portato a tracolla, una pistola e un “Kentucky”, ossia un precisissimo fucile usato dai cacciatori americani dell’epoca (vedi fig. 5).
Ma, a dire il vero, l’erculeo Blek risolve spesso le situazioni a suon di pugni tremendi e di pesanti schiaffoni nei confronti dei malcapitati soldati inglesi, le giubbe rosse, che lui chiama scherzosamente “gamberi rossi” per il colore della loro uniforme. In breve, le avventure di Blek sono ambientate durante gli anni della rivoluzione d’indipendenza americana, quando molti trappers si battevano contro le giubbe rosse inglesi di re Giorgio III.
A differenza di Capitan Miki, Blek non ha un suo cavallo, ma sa all’occorrenza cavalcare o andare sulla canoa; e non ha una sua fidanzata, perché questo eroe biondo e bello ha solo un amore: quello per la libertà di tutti gli uomini e per l’indipendenza della sua terra americana.
Ma, come Capitan Miki, Blek ha due amici: il professore Cornelius Occultis e il piccolo Roddy Lassiter. I tre vivono insieme a una colonia di trappers, in un villaggio che è un rifugio segreto all’interno di una foresta. Blek è il capo indiscusso di questa colonia che combatte contro le giubbe rosse inglesi, truppe preparate e imbattibili in campo aperto, ma disorganizzate quando si tratta di combattere all’interno della foresta, dove i trappers conoscono ogni più piccolo nascondiglio. Blek e i suoi amici vivono in pace con tutte le tribù di indiani locali, anche se non di rado questi ultimi vengono costretti da parte degli inglesi a schierarsi contro Blek e i suoi trappers.
Come già nel caso di Capitan Miki, la formula del terzetto si rivela ancora vincente. Infatti a Blek, “eroe senza macchia e senza paura”, si affiancano i due inseparabili amici – meno eroici, ma più umani – che danno un tocco di comicità, di allegria e di ironia alle vicende illustrate.
Il primo è un panciuto personaggio che, all’occorrenza, non disdegna di recitare il ruolo di scienziato, di medico, di ipnotizzatore, di prestigiatore, di geniale inventore, di romantico poeta
(specie quando vuole sgraffignare una torta a qualche vecchia zitella), di raffinato intellettuale, di spericolato imbroglione o di stratega militare. Il suo fisico – poco slanciato e molto rotondo – e il suo abbigliamento lo rendono unico e inconfondibile: tarchiato, goloso, avido di cibi raffinati e vini rinomati, Occultis incornicia il suo faccione con lunghi capelli neri, raccolti all’indietro da un fiocchetto azzurro per formare un codino. Ma soprattutto in quel viso spiccano due appuntiti baffetti all’insù e un pizzetto a spadino, che gli conferiscono un’aria tra il buffo e il mefistofelico. In testa, egli porta sempre un inconfondibile cappello nero a larghe tese, la cui cupola, a forma di tronco di cono, è circondata da una larga fascia azzurra con un fibbione dorato sul davanti (vedi fig. 6).
Inoltre, Occultis indossa una marsina azzurra con falde a coda di rondine e, sotto la marsina, un gilet a quadrettoni di colore ocra. I pantaloni rosso scuro coprono la coscia sino alla rotula, per poi lasciare la scena a delle lunghe calze bianche e a delle scarpe con presunzione di eleganza, sormontate, ciascuna, da un’aristocratica fibbia dorata. Insomma, un abbigliamento e un portamento per nulla adatti alla natura selvaggia del Maine e in forte collisione con il vestire rozzo ma pratico dei trappers.
Il secondo, il piccolo Roddy, figlio del defunto trapper Lassiter, è un orfano che viene adottato di fatto da Blek e che sta sempre vicino al professore Occultis, creandogli occasioni di “conflitti” generazionali e culturali che assicurano al lettore larghe risate e profonda simpatia.
Con i suoi capelli pel di carota, col suo viso punteggiato da lentiggini e un naso un po’ a patata, Roddy Lassiter veste da trapper e vive da trapper; e ai libri e alle altisonanti lezioni del professore Occultis preferisce la libertà, e perciò vive libero nella natura, va a caccia o a pesca, e soprattutto partecipa alle avventure di Blek. Ragion per cui stupendamente comiche risultano le scene in cui Occultis dà del “piccolo ignorante” a Roddy, che non è in grado di apprezzare il “sesquipedale cervello” del professore; oppure quelle scene in cui uno sbadato e goffo Roddy combina involontariamente dei guai al professore.
Memorabile è la scena natalizia nella capanna, dove Occultis, in cima a una scala a forbice, canta seraficamente «E le campane suoneranno sulla terra, Il giorno di Natale, Il giorno di Natale, E le campane suoneranno sulla terra, La mattina del giorno di Natale, E tutti gli angeli del paradiso canteranno, il giorno di Natale…»; e si sporge pericolosamente per addobbare l’albero. In quel mentre arriva il maldestro Roddy, che inciampa nella scala, facendo cadere a capofitto il povero professore, che rovina a terra assieme all’albero. Indimenticabile la scenata dell’ira funesta di Occultis che, pallido e boccheggiante, insegue invano il velocissimo Roddy, reo di avere attentato alla vita del più grande genio che l’umanità abbia mai conosciuto.
In verità Occultis, che vuol bene immensamente a Roddy, perde sempre la partita con quel monello lentigginoso. Tenero è il quadretto in cui il professore, scendendo dal piedistallo, si accosta a Roddy per distillargli gocce di sapienza e di saggezza, mentre il monello si rivela scettico e refrattario, giacché conosce bene i catastrofici esiti delle geniali trovate del professore.
Addirittura, a volte i ruoli si invertono. E allora i due personaggi fanno rivivere la coppia di Sancio Panza e don Chisciotte. Sicché il piccolo Roddy (novello Sancho Panza) si rivela più realista e più saggio del professore Occultis (novello don Chisciotte), che invece si mostra infantile e testardo nell’imbarcarsi in imprese fallimentari. Con l’inevitabile e comico risultato dei due personaggi che scappano a gambe levate – Occultis avanti e Roddy dietro – inseguiti ora da una massaia armata di scopa o di padella, ora da un pellerossa che reclama minacciosamente la sua selvaggina, ora da un oste che ostinatamente vuol essere pagato.
A proposito dei “giornaletti” di Capitan Miki e di Blek Macigno, sento il dovere di sottolineare che quei ragazzi dei gloriosi anni Cinquanta del Novecento leggevano dei testi bensì poveri, ma scritti in un italiano corretto, molto corretto, che farebbero arrossire di vergogna tanti laureati di oggi. Un italiano corretto sia dal punto di vista lessicale sia da quello grammaticale, con un rigoroso rispetto della punteggiatura. Posso confidare un segreto? In quei modesti “giornaletti”, per ragazzi e per gente umile, si usavano (quando si doveva) il punto esclamativo, il congiuntivo, i puntini di sospensione o reticenza.
Tra l’altro, i bei disegni di quei “giornaletti” non avevano nulla di statico, di smorto, di anonimo, giacché sapevano rendere chiara e godibile l’immagine di un paesaggio, di un’azione corale, di una cavalcata, oppure l’espressione di un viso in primo piano, la manifestazione di un sentimento di bontà o di malvagità.
E voglio aggiungere qualche nota storico-esplicativa. In quegli anni, noi bambini del Sud, quando non si apparteneva a famiglie benestanti, borghesi o aristocratiche, parlavamo il dialetto della lingua materna. Perciò occorre sottolineare – con orgoglio e vanto – che, alla scuola elementare, la nostra prima lingua straniera, da apprendere con enorme difficoltà, fu l’italiano. Tantissimi di noi, infatti, non ebbero a casa né una biblioteca né un giornale; e non sentirono mai un genitore parlare in italiano né videro mai un foglio di carta stampata.
Ebbene, per molti di noi quei “giornaletti” furono i nostri primi “romanzi”, tra il fiabesco e il meraviglioso, dove divoravamo, assieme alle immagini, i primi bocconi di un italiano correttissimo che aiutava l’istruzione nazionale. (Continua)




























